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    September 04

    Ritorno al blog

    Ebbene si...sono tornato...avevo un po trascurato questo blog..1 po per pigrizia..e anche un altro po per pigrizia..:)

    però...voglio tornare facendovi ridere...a molti piaceva ciò che io scrivevo dei miei professori...quindi vorrei rimanere in ambito scolastico...però stavolta non scrivo qualcosa che viene dalla mia mente, ma vi faccio leggere un pezzo di un libro...che spero vi faccia ridere come ha fatto ridere me...:)
     
    Il "brano" è tratto da "Pancreas, trapianto del libro Cuore" di Giobbe Covatta :)
     
     
     
     
    Nulla è più emozionante del primo giorno di scuola. Me lo ricordo: era già dal 23
     

    luglio che facevano la disinfestazione per i topi, avevano vinto i topi e ce ne erano alcuni

    grossi come cammelli.

    Il bidello sorrise e aprì il portone; il portone cadde e aprì il bidello, che ancora

    sorride: è rimasto sotto, ridotto come una specie di radiografia. Lo portarono in

    ospedale in busta chiusa.

    Tutti i bambini entrarono di corsa urlando, anche perché cercavano di sfuggire agli

    spacciatori. Le aule erano splendide: pavimenti di cotto, prosciutto cotto, quello delle

    merende degli anni passati, azzeccato per terra. Per rendere trasparenti le finestre erano

    stati rotti i vetri. I nemici nascosti dell’igiene, grossi come tac chini, aspettavano i

    bambini in smoking: il primo giorno di scuola era anche per loro una grande occasione.

    Tra i bambini ricordo Deborah, con la «h» finale, un bambino di undici anni che la

    mamma aveva chiamato così per rendergli la vita più facile. Deborah stava solo e in

    disparte... si fosse fatto la doccia più spesso... chissà! Era uno di quei bambini che a

    Carnevale mandavamo nelle altre classi al posto delle fialette puzzolenti.

    A un tratto Claudio Castello si avvicinò a Deborah. I ragazzi ammutolirono guardando

    commossi la scena. Claudio era furbo per natura e socialista per vocazione, rubò la merenda

    di Deborah e scappò; allora Deborah, che era timidissimo e dolce, si avvicinò a Claudio e

    con un cric gli sgranò tutti i denti.

    C’è ancora il pavimento pieno di molari. Quello fu un giorno commovente e i

    ragazzi impararono un fatto importante: « Chi ha il pane non ha i denti, chi ha i denti

    non ha il pane ».

    Mentre Castello cercava ancora i suoi canini entrò il preside con aria mesta, salutò con

    grande dignità e disse: « Ragazzi devo darvi una brutta notizia, avrete un altro maestro,

    quello dell’anno scorso è morto! » Ci fu un boato di gioia, applausi, tutta la curva B della

    classe intonò canti di tripudio. « È stato il fumo a ucciderlo » disse il Preside.

    Il maestro dell’anno passato era un uomo decrepito, aveva il volto incartapecorito dalle

    rughe, capelli bianchi e radi, denti cariati, spalle curve e parlava con voce roca e

    catarrosa. Aveva ventitré anni.

    Un giorno lesse sul pacchetto di sigarette: « Il fumo nuoce gravemente alla salute ».

    Allora cominciò a ridere, ridere, ridere e rise tanto che morì soffocato.

    Il mio compagno Bakunin lo diceva sempre: « Sarà una risata che vi seppellirà! »

    Così il preside ci presentò il maestro di quest’anno. Si chiamava Sergio Sergio, Sergio

    di nome e Sergio di cognome, ma tutti per comodità lo chiamavano Piero. Un ragazzo

    timidissimo. Quando noi bambini entravamo in classe lui si alzava.

    Era giovane, aveva ancora l’acne juvenilis, non molta in realtà, un foruncolo solo, ma

    non siamo mai riusciti a vederlo bene in faccia perché quel foruncolo lo copriva tutto.

    Ricordo che Garrone quel giorno gli chiese: « Possiamo dar fuoco alla maestra di

    ginnastica sul prato? »

    « Non credo » rispose lui timido, « si rovina tutto il prato, comunque domani chiederò

    al preside ».

    Capimmo che quello sarebbe stato un anno particolare.

    Quel giorno ritrovai anche tutti gli altri miei compagni: Musiani Silvio, il primo della

    classe; intelligente come un ramarro, aveva passato tutta l’estate a studiare a memoria il

    programma di quest’anno per non fare brutta figura.

     

    Scannaguaglia Pino, il piccolo iettatore; quando lo vedevamo ci grattavamo tutti. Era il

    compagno preferito dalla Forgioni, la bambina ninfomane, perché con quella scusa poteva

    toccare chiunque.

    Giacchetti Lorenzo, lo psicolabile; già all’appello, quando lo chiamarono, pensando di

    dover essere interrogato si cosparse di benzina e si dette fuoco.

    Poletti Giovanni, il genio della scuola; suonava il piano e il violino, scriveva poesie,

    conosceva la teoria della relatività, sapeva fare la crostata di mirtilli, aveva la patente anche

    per i TIR. Al Costanzo Show non volle mai andare perché la trovava una trasmissione per

    ragazzi. Aveva sei anni e otto mesi.

    Poi c’era il ripetente Paganini Nicola (e poi si dice!) che tutti chiamavano ‘scoglio’,

    non perché fosse forte ma perché aveva la testa dura come il porfido; era stato bocciato un

    sacco di volte, aveva ottantanove anni. Quest’ann o però ce l’avrebbe messa tutta, per fare

    contenti i genitori.

    Poi c’era Barnum, il piccolo Darix Barnum, un ragazzo che viveva col circo. Suo padre

    era un pezzo d’uomo, nel senso che faceva il trapezista, era caduto nella gabbia delle tigri,

    e non ne era rimasto un gran che. La madre era la donna cannone, erano costretti a

    incontrarsi in volo, perché i genitori contrastavano il loro amore. Erano rapporti fugaci,

    amplessi velocissimi, ma da uno di questi nacque Darix. Era un ragazzo vivace, un po’

    troppo, sarà che era circense, ma come sapeva far girare le palle lui non le sapeva far girare

    nessuno. Riusciva anche a starci sopra, stava sulle palle quasi a tutti. Era fachiro, mangiava

    il fuoco, beveva la nafta, ingoiava vetri e chiodi: certo la mattina era un problema, ma per

    amore dell’arte... Dopo il suo nume ro, si prendeva quattro chili di Falqui. ‘Ai bambini

    buoni la dolce Euchessina’, sarà che lui non era buono, ma non gli bastava nemmeno

    l’idraulico liquido.

    Eravamo tutti eccitati quel giorno, allora il timido maestro per chetarci ci lesse una

    favola.

     

    LA PICCOLA FIAMMIFERAIA

    C’era una volta la più fortunata tra tutte le bambine. Vendeva fiammiferi e accendini e

    viveva di elemosina. Ah! Proprio una bella fortuna! La gente le tirava le monetine con la

    fionda, e con una moneta da 100 le facevano due bozzi da 50, ma lei sorrideva sempre. Era

    così povera, che quando si mangiava le unghie apparecchiava. Poi, dopo pranzo, prendeva

    sempre qualcosa di caldo: la febbre. Era così secca che Rita Pavone a confronto sembrava

    Giuliano Ferrara. Era sorda, calva, con la forfora, i foruncoli, la colite e un diploma di

    ragioneria. Ella veniva dal Marocco e, siccome sorrideva sempre, la chiamavano l’Araba

    Felice. Era anche cieca e quelli della Lega Lombarda, colti da pietà, le avevano

    regalato un pastore tedesco addestrato: addestrato a morderla una volta ogni dieci minuti. Il

    pastore si chiamava Gian Galeazzo.

    La piccola fiammiferaia era sempre allegra, un incrocio tra Badaloni e Frajese; sorrideva

    sempre e diceva felice ai passanti: « Sono una povera orfanella, accattatevi un accendino,

    gente è sfaccimma ca’ num site manco schiumma d’o sudore miezz’e pacche dei cavalli ’e

    Bellomunno ncopp’a sagliuta ’e Capemonte mentre portano ’e meglie muorte a chi v’è

    stramuorto!! »1

    Poi, a sera, dopo una giornata in mezzo alla via, tornava con le altre orfanelle,

    nell’accampamento dei nomadi, con l’Equipe ’84 e i Dik Dik.

    Nell’accampamento regnava una bella allegria: c’era il manifesto di Tony Santagata in

    concerto in Croazia, i bambini che allegramente giocavano coi soldatini; ma perdevano,

    perché i soldatini erano armati e i bambini avevano solo le pietre.

    In fondo al campo, la roulotte di Marzapane.

    Alfredo Marzapane, il padrone della roulotte, era molto buono con lei: la faceva giocare,

    la lanciava in aria, e quando ricadeva, non la aspettava. Perché doveva lanciare anche le altre

    bambine.

    Per farle passare la fame, le dava dei cazzotti sulla pancia e lei, sorridendo, diceva: «

    Quando ho un buco nello stomaco, mi fanno la fiesta e subito mi passa ».

    Finché un giorno la bambina decise di fare un viaggio a Lourdes e, per miracolo, il treno

    deragliò.

    « Capitano tutte a me perché io sono piccola e nera! » disse la bambina a un poliziotto

    accorso sul luogo del disastro.

    « Tu non sei solo nera sei anche sporca, una sporca nera! » rispose garrulo il graduato. Poi

    continuò: « Hai il permesso di soggiorno, bella bambina?! »

    « No » rispose lei.

    E il poliziotto l’arrestò.

    Stretta la foglia, larga la via

    non basta che stai inguaiata:

    ci manca anche la polizia.

    1 Tenterò una traduzione letterale o quasi. Gente su cui non si può fare affidamento; siete meno

    importanti della schiuma secreta dalle ghiandole sudoripare poste tra i glutei dei cavalli di Bellomunno

    mentre trainano il loro fardello verso il cimitero su per la salita di Capodimonte portando i cadaveri dei

    vostri più cari antenati.

     

    Come ebbe finito di raccontarci questa favola, il timido Sergio Sergio detto Piero si

    avvicinò a un bambino nuovo che sembrava distratto e assorto nei fatti suoi. Era

    questi Francesco Paolontoni, un bambino sordomuto. Durante la lezione non aveva

    seguito (è logico, era sordo!). Ma aveva disegnato tutto il tempo; il titolo del suo lavoro era:

    « Il primo giorno di scuola ». Per tutto l’anno Paolontoni fece un disegno al giorno.

     

     

     

    Spero vi sia piaciuto, presto pubblicherò altre parti del libro :)

    Buonanotte

     

     
     
     
     

    Comments (1)

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    che classe....XD
    Sept. 5

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